Una sigla temuta per qualcosa che di fatto non è una tassa, un meccanismo complesso per un concetto fondamentale nel commercio: il valore aggiunto.
L’IVA, o imposta sul valore aggiunto non è una tassa, di fatto è una cifra che viene aggiunta in pìù al costo del prodotto e che verrà versata allo stato. Se comprate un computer vedrete che il prezzo è spesso dato con IVA esclusa, che dovrà quindi essere calcolata in aggiunta al prezzo riportato. A differenza del computer, naturalmente, nessuno vi farà pagare un caffé 81 centesimi più IVA, ma questo non significa che il barista non versi, per il caffé che ha venduto, il 10% dell’incasso allo stato.
Ma l’IVA non è semplicemente il una tassa che prende lo stato su tutto quello che vendiamo; quella che paghiamo come gestori di un bar è il risultato del calcolo fra beni che abbiamo comprato (quindi IVA a credito nostro) e beni che abbiamo venduto (quindi IVA a debito). È chiaro che noi venderemo il panino più caro del costo che la materia prima (il pane, il prosciutto, il formaggio etc.) ha avuto per noi (altrimenti non avrebbe senso) e sarà questa differenza ad essere chiamata “Valore aggiunto” e ad essere soggetta all’IVA.
La percentuale di IVA cambia a seconda del prodotto, esistono tabelle sterminate in questo e non è detto che il pane all’olio abbia la stessa aliquota (percentuale) del pane normale. Tanto per fare un’esempio il caffé è al 10% e il sale al 4%.
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