Mettiamoci nei panni di un cliente. Cosa c’è di più bello di una pausa di coccole in cui sorseggiare un cappuccino, un tè o addirittura un profumatissimo caffè filtro mentre sfogliamo un libro sulla destinazione delle nostre prossime vacanze?
Bene, adesso smettiamo di sognare e rimettiamoci nei panni dell’imprenditore, sia permettere al cliente di godere questo momento magico, sia per conquistare questa quota di mercato; è il momento di capire come aprire una libreria caffè.
Ma qual’è la nostra idea di una libreria caffè? Cosa realmente vogliamo aprire?
Sembra una domanda banale, in realtà è la prima a cui bisogna davvero pensare e rispondere:
Perché questa domanda è così fondamentale? Perché solo cominciando a pensare al nostro progetto con le idee molto chiare riusciremo a fare le scelte giuste in termini di location, di arredamento e lay-out, di attrezzature e macchinari e perfino di menù e comunicazione.
Da parte nostra possiamo provare a darvi qualche spunto di riflessione: perché si apre una libreria con bar interno?
Abbiamo deciso che tipo di locale vogliamo fare? Bene, vediamo allora…
Il primo passo da fare, il più importante, sarà la caccia alla location. L’obiettivo di questa ricerca non sarà solo commerciale, non punterà solo a capire se il la strada gode di un buon passaggio pedonale e se ha intorno il giusto mix di pubblico, ma sarà fondamentale anche per capire la fattibilità del nostro progetto.
Infatti, se aprire una libreria, un negozio di libri così come una qualsiasi attività non legata al food e alla somministrazione, non è dal punto di vista burocratico un problema particolare,
In tutta onestà noi non siamo esperti su come si apre una libreria per questo vi invitiamo a visitare siti di chi ci capisce più di noi come questo sito.
Molto più complesso sarà invece ottenere i permessi per l’area bar, che essendo un’area “food” dovrà sottostare ad una serie di obblighi più stringenti.
A verificare tutto questo potrebbe/dovrebbe essere un tecnico (un geometra, architetto o simile) che dopo aver valutato la fattibilità del progetto lo presenterà al SUAP e alla ASL, che daranno un loro parere ed eventualmente chiederanno modifiche.
Mentre seguiamo questi passaggi noi saremo impegnati a valutare se abbiamo i requisiti professionali per il food oppure prendere parte ad un corso SAB.
Molti di questi passi, che trovate anche riassunti qui, verranno meno nel caso si rilevi una attività già esistente, che potrà continuare a lavorare come ha sempre fatto a meno che noi non vogliamo apportare modifiche o cambiare tipologia di preparazioni.
Come raccontano le foto che accompagnano questo post, alcune di questo libro-caffetterie sono diventate note per il loro fascino, sia perché si trovano in location piene di storie, sia perché i libri, diciamoci la verità, sanno essere davvero romantici.
L’immagine però non è tutto, anche il menù sarà importante.
E facile immaginare che molti prodotti da bar di servizio classico non siano affatto adatti ad un bar libreria, nessuno potrà infatti pensare, per aprire una libreria caffè, di puntare su l’espresso, o sulla rivendita tabacchi! A funzionare saranno prodotti “da pausa” da relax.
Meno caffè e meno brioche quindi, e più tè (magari di varie origini, in cui il cliente possa scegliere) più cappuccini (magari con diversi latti, caffè specialty e sciroppi naturali) e perfino caffè filtro, con tecniche brewing, davvero in grande crescita.
Dolci e food? Un consiglio che arriva dall’esperienza: privilegiate tutto quello che si mangia con una forchettina o cucchiaino, non con le mani, i libri si sporcano.
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Lukasz al corso di caffetteria…
Al nostro ultimo corso di barista in inglese abbiamo avuto un personaggio molto pittoresco, lunga barbetta intervallata da perline e aria parecchio alla Jack Sparrow, se non fosse stato incorniciato da un aria dell’Est. Il nostro amico si chiama infatti Lukasz e viene dalla Polonia.
Viene per un corso di caffetteria e di barista, e quando gli chiediamo cosa si aspetta dal corso, quali sono i suoi obbiettivi, ci racconta che vuole migliorare il livello dei suoi cappuccini e della sua latte art in una caffetteria letteraria che ha aperto, con altri soci, in una area della Polonia Meridionale, in una cittadina dal nome poco meno impronunciabile della media dei nomi polacchi.
La città si chiama Cieszyn. Siamo andati a cercare questa città su Wikipedia, per rendersi conto che ha poco più di 37.000 abitanti e si trova in una posizione particolare: parte in Polonia, parte (i sobborghi a sud) in Repubblica Ceka; così a sensazione, fuori dalle principali rotte comunicative e culturali della nazione e del continente.
Ora, tutto sembra essere l’opposto di quello che si è sempre predicato: se si parla di come aprire un bar letterario, vale a dire una attività molto basata su un certo tipo di pubblico, devi per prima cosa operare in città grandi (grosso bacino, più facilità di intercettare un certo tipo di pubblico, per quanto di nicchia) e cercare di vedere se il quella città c’è un movimento culturale di un certo tipo.
L’incontro con un autore al Kornel…
Come possono quindi, Lukasz e i suoi amici, riuscire ad aver successo? Perchè hanno davvero successo, le foto che troviamo sul loro profilo Facebook raccontano di presentazioni di libri ed eventi davvero molto partecipati, e raccontato anche di nomi importanti della letteratura e cultura polacca che arrivano nella cittadina di frontiera per presentare se stessi e le loro opere.
A raccontarcelo è Lukasz stesso. “Abbiamo aperto la nostra caffetteria letteraria, la Kornel, perchè avevamo molti contatti con il mondo letterario polacco, praticamente è il nostro background, il percorso da cui arriviamo, e sapevamo di poter parlare bene quella lingua. Inoltre lavoriamo moltissimo fuori dal locale, siamo presenti in eventi, fiere del settore e in internet. Questo fa si che siamo ben conosciuti, come gruppo, anche molto lontano dalla nostra piccola caffetteria, e non sono pochi coloro che attraversano mezza Polonia per arrivare da noi ed assistere alle nostre serate. Conoscere il tipo di contesto in cui si vuole operare, e saper promuoversi fuori dal locale; questi sono, secondo noi, i successi di un progetto del genere. Ma adesso devo migliorare la mia latte art!”
Una bella panoramica del caffe letterario Kornel
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Volete aprire un locale a Valencia? Vediamo il caso del Sofart Cafè
Come si decide di spostarsi dall’Italia e di aprire un locale a Valencia? Facile, ci racconta Roberto Valentino, il giovane ideatore e proprietario del Sofartcafè, basta viaggiare per l’Europa, vedere altre nazioni, arrivare a Valencia, e decidere che in questa città nel sud est della spagna ci sentiamo a casa. E non siamo solo noi a sentirci a casa, è perfino nostra figlia di tre anni a sentire che gli ampi spazi verdi e rilassati di questa città sono il posto giusto dove crescere.
Oltre al feeling, Valencia ha i costi giusti, e Roberto ci racconta che in questa città una coppia può vivere, e pagare un affitto, con mille Euro al mese, davvero un sogno in Italia.
I curatissimi spazi interni del Sofartcafè
Da Aprile, la prima volta che abbiamo visitato la città Valenzana, vi siamo tornati altre cinque volte in pochi mesi, finché a luglio vi si siamo stabiliti. Nel frattempo avevamo cominciato a cercare il locale giusto, e i due quartieri su cui ci eravamo concentrati erano quello della Ruzafa, un vecchio quartiere malfamato che l’ajuntamento, il comune di Valencia, ha rilanciato in questi anni, e quello di Carmen, rimasto più turistico anche se meno vivace. Gli affitti erano poi più bassi in quest’ultima zona ed è stato qui che alla fine abbiamo trovato una buona location, anche se non troppo di passaggio, negli spazi di una precedente sorta di cocktail bar cubano.
I libri in esposizione al Sofart cafè hanno un ruolo importante nell’arrredamento…
I locali sul mercato non mancano, ma bisogna stare molto attenti, perchè se in Italia le agenzie seguono il percorso anche dal punto di vista burocratico, in Spagna si occupano solo di mettere in contatto con il locale in vendita, senza preoccuparsi poi di capire se il locale ha requisiti e licenze in ordine.
Nella fattispecie noi ci eravamo appoggiati ad una agenzia gestita di Italiani…
Beh, oltre all’agenzia, abbiamo trovato italiani o persone che parlano l’italiano in ogni ambito, architetti, commercialisti e perfino funzionari di banca (fate conto che a Valencia vivono la bellezza di 50.000 Italiani!). Non si può però nascondere che lo spagnolo, che per fortuna io parlo, fa molto comodo, ad esempio per seguire, via telefono, gli attacchi della luce o della rete WiFi.
Dicendo di quanto facilmente si trovano italiani bisogna purtroppo parlare anche del rovescio della medaglia: molti di questi italiani a cui, appena arrivati, si tende ad affidarci, non sono molto seri, giusto per usare un eufemismo.
Nel nostro caso abbiamo trovato un architetto (a figura che di solito segue in Spagna l’apertura dei locali anche dal punto di vista burocratico) che ci ha detto di aver verificato che il nostro locale aveva le licenze in ordine, cosa che, ci siamo accorti solo dopo aver perso molto tempo, non era affatto vero…
Ancora. Il locale che avevamo visto ci era stato proposto dall’agenzia italiana a 40.000€, ad un certo punto ebbi l’opportunità di parlare de visu con il proprietario; gli chiesi una offerta finale, e lui mi disse che aveva sempre voluto 20.000 e che non sarebbe sceso da quella richiesta… chi aveva aggiunto gli altri 20.000?
Cosa sarebbe il Sofart senza i famosi Sofà!
Nel nostro caso siamo a 1300€ per una location di 195 metri quadri, per location più centrali si arriva a 3000/4000.
Un modello come quello del nostro Sofart (che alla fine sta per arte del Sofà) è quello che in Inghilterra viene chiamato More than books “più che libri”. Nel caso del nostro locale il concetto parte dal sofà, del divano: un luogo dove si siede, ci si rilassa, si parla, si legge, si ascolta musica; insomma un luogo intimo e pubblico. Pubblico e perfino di lavoro, visto che ospitiamo non solo mostre di artisti, ma invitiamo perfino gli artisti a lavorare da noi, dipingendo o scolpendo.
Abbiamo comunque lavorato tanto per proporre un locale davvero poliedrico e curato nei dettagli, dallo spazio e la libreria per bambini (per i quali proponiamo laboratori anche in Italiano) alla libreria settoriale su fotografia, arte e erotismo (separata dalla parte bambini!).
Vorrei far notare che gli arredi ce li siamo portati, letteralmente, da casa. Ad esempio il sofà di mia nonna e i vecchi specchi dei miei, con un sacco di roba di riciclo. Per il banco bar mi sento di fare un ringraziamento speciale a Stefano corsaro, un arredatore che ha fatto davvero un ottimo lavoro.
Abbiamo puntato sull’italianità, ma declinandola verso i formaggi, con alcuni prodotti che prendiamo direttamente da aziende agricole italiane, naturalmente abbiamo anche vini, salumi e perfino prodotti particolarissimi, quali la porchetta! Recentemente abbiamo subaffittato la struttura ad una nota torrefazione italiana di alta qualità.
libri e pappa al Sofart Cafè!
Valencia è una realtà provinciale, nonostante le sue dimensioni, qui lo stereotipo del locale classico è molto forte, nonostante questo il nostro locale ha un bel riscontro, e molta gente viene e torna a cercarci. Sì, ne siamo molto felici.
Anche noi ne siamo felici, e invitiamo i nostri lettori a venirvi a trovare, magari partendo dalla vostra pagina Facebook.
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Non è la prima volta che parliamo di un bar letterario, o bar libreria che dir si voglia, ma ridurre questo locale Romano (Borgo Pio 192, accanto alle mura Vaticane) a semplice bar con i libri dentro è davvero riduttivo, anche perchè questo localino ha saputo diventare unico in molti modi diversi.
Innanzitutto non si definisce bar letterario, ma Bookjar bar, che più o meno si può tradurre come bar libro nel barattolo, è sicuramente il vero protagonista del locale è proprio il barattolo, lui, quello in cui le nostre nonne mettevano la conserva di pomodoro. Libri? si, certo, molti, ma, ad onor del vero e senza averlo visitato, dalle foto e dai commenti che abbiamo trovato non sembra essere la parte libreria il main business del locale (beh, abbiamo la consolazione di sapere che seguono uno degli elementi che spesso segnaliamo per questa tipologia di locale durante i corsi di gestione: lasciar capire chiaramente al cliente se il nostro è un bar con i libri o una libreria con il bar -e in questo caso no dubbi, è la prima-). Attenzione, non che di libri non ce ne siano, grandissimi scaffali ci accolgono all’ingresso, ma quello che sembra colpire i visitatori è certamente la parte di ristorazione e bar-aperitivo, sfiziosa, ma sopratutto con l’esaltazione di un concetto che avevamo già visto qua e la, quello di servire piatti e drink in barattoli di vetro, quelli, appunto, il cui il tappo fa Plop! quando si apre.
Tutta l’offerta del locale sta in barattolo, dalle paste sfiziose (e sicuramente etiche) fino ai dolci, alle zuppe e perfino, visto che siamo ad estremizzare, al caffè espresso, servito in un minuscolo vasettino! Tutti i barattoli con le preparazioni sono esposti ed etichettati, credo sia in ossequio alle richieste ASL, sia per fare “brand” e ci riescono molto bene.
Dicevamo dei libri, fra le molte ideuzze del locale anche un cesto per lo scambio libri, chiamato (non poteva essre altrimenti) il “secchio del baratto”!
P.S. le foto di questo articolo sono tratte dalla pagina Facebook del locale, che trovate qui.
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Recentemente una partecipante ai nostri corsi di gestione e apertura bar, interessata all’apertura di un bar letterario, ci ha parlato di un pub della sua zona che proponeva ai suoi clienti, oltre al solito menù di panini e insalate, anche un menù di giochi da tavolo e, e qui si va davvero nell’originale, un menù del libri, vale a dire una selezione relativamente ristretta (ma parlando di libri sarebbe ristretta anche se ci fossero cinquecento titoli) di volumi che è possibile sfogliare e leggere godendo pinta o caprese.
Abbiamo parlato molto spesso dei bar letterari, di come si possono aprire e abbiamo cercato qualche esempio di successo e qualche suggerimento per aprirne uno che ci desse soddisfazione; ci mancava però ancora il menù dei libri.
È una bella idea, tende a dare forza ad una linea, quella dei libri, che rischia, come molte volte abbiamo visto, di aver troppo peso con tantissimi libri ovunque (e quindi dare una impressione di entrare in una libreria, con il risultato che non entra chi vuole un semplice caffè) o troppo poco, con pochi volumi sbrindellati e nascosti (e a quel punto il nostro risulterà un bar anonimo, senza punti di forza). Qui i libri ci sarebbero, ma sul menù.
È cosa da ragionare, locale per locale, organizzazione per organizzazione. I libri sono esposti e dopo averli individuati comodamente seduti sul menù è il cliente che lì va a cercare? Oppure sono in luogo riservato e sarà il cameriere a servirli insieme ai drink?
Cameriere (o comunque chi approccia i clienti): è un ruolo fondamentale, quando porterà il menù dei libri dovrà avere l’accortezza di sottolineare che sta servendo un menù “speciale” altrimenti rischieremo di spiazzare molto il cliente.
Come comporre il menù? I libri, nemmeno a dirlo, dovranno essere messi a disposizione gratuitamente, e il menù dovrebbe avere abbastanza titoli, magari suddividendoli in categorie, non come i piatti in primo e secondo, ma in libri da secchioni, romanzi teneri, roba da duri e così via…. Ancora, sarebbe carino che ogni libro avesse sul menù due righe di teaser, di trama, per aiutare nella scelta.
Un’esperienza mia, pochi giorni fa sono andato in un bar letterario dove, con un succo, ho incrociato per caso su uno scaffale, una particolarissima “Storia dell’autobomba” e vi ho scoperto un mondo, drammatico e inquietante, ma che valeva assolutamente la pena di conoscere…
A proposito, non siamo stati in grado, con la grande madre internet, di trovare sul suolo italiano il pub che proponeva questa simpatica idea, l’unico pub con un menù di libri che troviamo in italiano è mooolto lontano, nella Columbia Britannica, profondissimo Canada, peraltro di questo menù non abbiamo trovato alcuna foto. Qualche lettore ci vuole segnalare sue scoperte? O è un campo tutto da inventare?
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Sono Marco Limiti e da 10 anni porto avanti una piccola realtà editoriale (edizioni progetto cultura), tre anni fa per creare un luogo d’incontro fra i nostri autori e possibili lettori ho deciso di aprire un caffè letterario: Mangiaparole, per l’appunto.
Il taglio che ho scelto di seguire sin da subito è stato su libri e letteratura. Ho cercato quindi vini dai nomi letterari e per fortuna ne ho trovati di buoni, per esempio il barbera La luna e i falò, il lambrusco Don Camillo, il nero buono Polluce.
Per accompagnare il vino all’inizio offrivo solamente qualche stuzzichino (patatine, arachidi, etc) ma dato che l’appetito vien mangiando ho iniziato anche a preparare panini, insalate e frullati con i nomi di scrittori noti. (Per esempio il panino con castagne, senape, prosciutto e formaggio si chiama Giovanni Pascoli per una poesia dedicata alle castagne scritta dal poeta di San Mauro, oppure l’insalata Edgar Lee Master contiene il miele – insieme con insalata e noci – perché le api sono citate nell’Antologia di Spoon River).
Ho cercato anche di portare la stessa filosofia nella preparazione dei cockatil. Ho quindi trovato i cocktail preferiti dagli scrittori e addirittura ho anche scoperto che i futuristi italiani avevano inventato dei cocktail a base di vino, da patriottici che erano. Il più gettonato di questi è l’inventina con moscato, ananas e un cubetto ghiacciato di arancia rossa.
Questa ricerca è stata estenuante e lunga ma penso che in un mondo in cui l’offerta è molto ampia una mossa vincente sia proprio quella di creare una particolarità. Nel mio caffè letterario non trovi certo tutto, trovi prodotti particolari e con una forte caratterizzazione letteraria.
Vero è che molti clienti entrano per consumare solamente un caffè, ma la parte letteraria c’è anche per loro: al momento di pagare tutti i clienti sono caldamente invitati (in realtà è un obbligo!!) a pescare una poesia haiku da una boccia di vetro vicino alla cassa.
Essere librario è stato abbastanza facile, più difficile è stato ed è lavorare come barista, soprattutto non avendo nessuna esperienza, se non da cliente. Ma proprio per questo ogni mia decisione (dall’impiattamento di un antipasto o di un finger food, passando per le porzioni, per finire con il modo di trattare con il cliente) deriva dalla domanda Cosa mi piacerebbe così tanto da tornare in un posto!? Per esempio una cosa che cerco, sempre di fare è guardare il cliente. Ha finito i tovaglioli? è raffreddato? Appena posso gli porto qualche tovagliolo extra. Lascia qualcosa nel piatto? Chiedo con cortesia il motivo di tale comportamento. Il rischio è quello di far sentire il cliente osservato e non libero ma, fino ad ora, nessuno si è mai lamentato!
Per chi volesse visitare la libreria-bar Mangiaparole la trova a Roma in Via Manlio Capitolino 7/9 (M Furio Camillo). Per contattare Marco il tel è 06 97841027 oppure [email protected] , dovremmo avere presto Marco ad una delle giornate di apertura e strategie per locali che organizziamo mensilmente.
Chiaramanete, seguendo lo spirito di mangiaparole, aspetto critiche e commenti… grazie!!
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